Il punto di vista… del NON predestinato


No. Non lo siamo tutti.

Non è proprio possibile. Ci sono i Jordan, i Rossi, i Senna e Sinner, i Baggio e i Messi, i Pelè e gli Alì, le Pellegrini e i Tomba. Poi, bhè poi ci sono gli altri. Quelli che lottano una vita. Quelli che per seguire anche solo un metro della strada dei primi devono allenarsi per 20 anni, prima. Quelli che, se si fermano un attimo, per recuperare hanno bisogno di mesi. Quelli che, senza la fatica, il risultato non arriva mai. Quelli che trainano il gruppo, ma l’ultimo miglio lo fa sempre qualcun altro.

Loro sono i NON predestinati. Quelli che la natura non gli ha dato tanto e ogni passo se lo devono guadagnare.

Quelli che, peró, quando vincono è un’impresa incredibile e si stupiscono tutti. Quelli che, più spesso, vengono dati per finiti ancor prima di aver iniziato. Ecco a quelli voglio parlare e di quelli voglio parlare. Perchè, loro sono quelli che quando si facevano le squadre venivano scelti sempre per ultimi. Sono quelli che non hanno mai potuto parlare, perchè risultavano polemici e che avevano sempre qualcuno di più bravo, più intelligente o più furbo nel loro gruppo. Loro sono quelli che, da grandi, il capo li metteva da parte per fare spazio a gente più simpatica o servizievole.

Eppure loro andavano avanti e mettendocela tutta raggiungevano lo stesso gli obiettivi e superavano lo stesso le scelte non sense degli altri. Loro che l’invidia non sanno nemmeno dove stia di casa, perchè l’unica cosa che gli interessa è fare le cose fatte bene e poco importa il tempo, la fatica e il dolore che ci vorrà.

Ecco io a loro, a quelli là, li ammiro tanto, ma proprio tanto. Perchè, bisogna volerle e saperle prendere tutto il tempo da mattina a sera senza muovere un muscolo. Bisogna imparare a piegare la testa senza mai abbassare lo sguardo. Bisogna essere onesti con se stessi, ma soprattutto non smettere mai di dire la propria, senza lasciarsi condizionare dalle decisioni del mondo esterno. In fondo, sono solo i fatti la vera moneta di scambia che potrà mai avere un senso.

Nel 2024 due grandi esempi di questa verità sono stati Matteo Berrettini e Sofia Goggia. Loro che appaiono un po’ come gli eterni secondi. Loro che sembra sempre che a metterli sui giornali gli stiano facendo un favore. E, invece, proprio loro hanno dimostrato che le chiacchiere stanno a zero che l’umiltà del gregario o la lotta armata di chi deve sempre dimostrare qualcosa, in primis a se stesso, un valore ce l’ha. Non fosse altro che quella continua competizione interna spinga la persona, prima ancora che l’atleta, ad andare oltre il proprio limite, accettando di mettersi in gioco, faticando oltre ogni immaginazione e lasciando che la fiamma dell’ambizione bruci senza sosta.

Berrettini l’aveva detto, lui quella Davis la voleva e la voleva non da panchinaro, ma da protagonista e la voleva per sè e non per un bene superiore, ma dimostrare a tutti, ma soprattutto a se stesso di essere ancora il grande campione che 4 anni fa riportò l’Italia a credere nel tennis dopo quasi mezzo secolo di silenzio. Nessuno oggi lo dice, nessuno se lo ricorda, ma è proprio da lui che l’Italia della racchetta è ripartita e poi lo ha abbandonato, perchè nella vita le difficoltà arrivano e quando devi combatterle, alla fine, sei sempre da solo. Ma lui ha accettato la sfida, in silenzio e con il sorriso, con calma e muovendo un passo dopo l’altro. Senza esagerare, ma anche senza perdersi d’animo. In quella partita che ha ridato l’insalatiera agli azzurri per il secondo anno di fila, lui è andato sotto di un set. Sembrava fatta e poi non lo era affatto. Sembrava tutto semplice, ma non lo è mai. Eppure, Matteo non si è scomposto. Lui lo sapeva che non era facile per niente. L’ha saputo per tutto il 2024. E con calma e con fatica ha recuperato e vinto e con calma e con fatica ha dato il punto vero di quella finale, che poi è scivolata via facile, perchè è chiaro che quando hai in squadra il fenomeno del momento, poi, sembra tutto facile, ma quella semplicità, in realtà, è potuta esistere solo grazie alla fatica di chi deve metterci un po’ più d’impegno per motivi di non predestinazione.

Gli stessi motivi che lo scorso inverno avevano fermato, apparentemente in maniera irrimediabile, Sofia Goggia. Sciatrice dalle grandi aspettative lei. Campionessa di libera e di super gigante. Vero asso tricolore della neve che, però, in carriera ha sempre sofferto la presenza della Brignone e che, pur avendo vinto, non aveva ancora raggiunto i lustri della Kostner, la sorella grande, la freccia delle libere femminili italiane. Nel 2024, però, il suo nome si è stampato nella mente di tutti gli italiani e non perchè sia riuscita a vincere qualcosa in più della Brignone, che nel corso di questa stagione ha già fatto segnare altri record, come quello di essere diventata la sciatrice più anziana ad aver vinto una libera di coppa del mondo, ma per essersi rimessa in piedi dopo un tonfo che già poneva una pietra tombale su un’ottima carriera, ma non da predestinata. Lei, che pure vinse una medaglia olimpica nel 2018, le che pure ha portato a casa due coppe del mondo di sci. No, il suo risultato più grande che l’ha messa davanti agli occhi di tutti è stato quello di ritornare sul podio a meno di 10 mesi da quell’incidente. La fatica di allenarsi, di sciare, di essere in grado di nuovo. L’impegno di non arrendersi di non perdere un centimetro, di non smettere di lottare. E’ questo che ha infiammato il pubblico. E’ questo che l’ha resa immortale nello sci italiano. E non è uno scherzo e non è una cosa da poco o da sottovalutare. E’ la conferma, invece, che la fatica sia alla base di ogni successo e che se non si è predestinati, non si può far altro che lavorare duro, lavorare sodo, senza lamentarsi, consapevoli che non sarà mai il turno giusto e che non si verrà mai scelti, ma che bisognerà dimostrare ogni passo.

Come fare allora? Dove trovare la motivazione giusta per non smettere di lottare?

Nella passione, nell’entusiasmo, nel fuoco che brucia la voglia non tanto di essere i migliori, quanto di fare le cose bene e di essere liberi di sbagliare, rialzarsi e riprovare, mettendocela tutta e arrivando a un risultato che non deve per forza essere definitivo, ma deve parlare alle persone, raccontando una storia pura di coraggio e virtù, consapevolezza e forza, resistenza e resilienza. Si, perchè la vera immortalità non si attribuisce solo ai predestinati, ma anche a coloro che dimostrano il senso profondo della propria fatica e del proprio credo nelle proprie azioni, con coerenza e carisma, con entusiasmo e condivisione, senza egoismo o egocentrismo e senza la necessità di gareggiare con altri al di fuori di se stessi, poichè sarebbe proprio quel confronto e l’espressione di quella competizione con terzi che vanificherebbe il tutto. Invece, in quei momenti di sconforto, proprio lì dove il pensiero rischia di incartarsi su se stesso nel paragonare ciò che gli altri dicono o fanno è fondamentale guardarsi dentro, concentrandosi solo su se stessi e sul proprio obiettivo personalissimo, al netto della fatica e del dolore e al di là della sofferenza fisica e psicologica che va sempre messa in conto.

Ecco, lì, in quel luogo dell’anima e in quel momento della mente bisogna cristallizzare la migliore prospettiva di sè, puntando alla vera immortalità che non risulta essere null’altro che un racconto di una storia d’autore in cui il vincente non è colui o colei che vince per diritto di natura, ma quell’essere umano che si mette in gioco e andare oltre i propri limiti, migliorandosi senza paura di mostrare le cicatrici, ma proponendole con umiltà e semplicità, perchè è proprio da quei segni dolorosi che si costruisce la bellezza di un capolavoro.


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