C’è una storia complicata che si annida nella mente di un bambino cresciuto. C’è un racconto sfaccettato negli occhi di un uomo disabile. C’è un sogno vivido nelle parole tracciate e intrecciate sulla tastiera di un professionista.
Sono gli sguardi dei colleghi, le voci di sconosciuti e i movimenti della folla. È il tintinnio dei bicchieri in una sala piena, lo scintillio delle luci al neon e il tremolio caldo delle candele.
Qualcuno si avvicina saluta, ma è un attimo. Un momento fugace che si perde poi nella calca.
Chiacchiere di commiato, dialoghi di cortesia, ma per una persona che non vede ci vorrebbe di più. Una sigaretta accesa, una stretta di mano. A volte basta poco. A volte basta ascoltare.
È così difficile peró. A volte basta poco, a volte basta dire: “Ciao sono… allora come stai?” E poi peró non spegnere il cervello.
La favola di Natale arriva comunque, con ironia e dolcezza, con calore e semplicità. Sono le caldarroste e il loro profumo, il vin brulè e il suo aroma. Le bancarelle stracolme, i panzerotti ripieni e non bisogna essere in tanti. Pochi minuti, un saluto da chi non ha bisogno di presentazioni o ascolto, perchè già sa.
Non basta pensare di essere buoni, bisogna provarlo. Così, a volte un regalo inaspettato, un gesto imprevisto, possono cambiare la giornata. Anche alla fine di un anno difficile si puó trovare la favola giusta da leggere, ma forse oltre a proporla bisognerebbe fermarsi a capirla, a studiarne le verità nascoste, quelle che chiedono di essere analizzate, interpretate, elaborate e imparate, per poter essere trasferite davvero agli altri.
La tua favola preferita? Chiede qualcuno.
La mia qual è? Mi chiedo io.
La mia è sempre stata quella del piccolo anatroccolo. Piccolo, nero e indifeso che tutti evitano, ma che poi tutti vorranno conoscere.
Una storia facile da ricordare, stupefacente da assimilare e comunque profonda da interiorizzare. Perchè lì dove il senso delle cose risulta solo un’apparenza, la vera mossa da mettere in campo è dare il tempo alla concretezza di emergere e rendersi visibile e palese, facendo parlare i fatti senza le giustificazioni e giustificando gli atti senza le motivazioni, ma semplicemente lasciandoli liberi di esprimersi per quello che sono. Liberi di scompaginare le previsioni e i pregiudizi. Liberi di guardare tutto dall’alto con il volo di un cigno. Liberi di aprire lunghe ali ad abbracciare un disegno e una traiettoria più ampia della semplice migrazione dal punto A al punto B. Liberi di una dignità superiore, che propone uno standing banalmente inadatto ad essere governato o cacciato. Liberi dall’essere prede o cacciatori, ma forti del proprio volo elegante e coinvolgente, pensato solo per essere osservato. Forti della propria unicità in un mondo di anatre e leggeri nel planare ovunque il vento li sappia muovere.
Indubbiamente questa è la mia favola preferita e pensarla mi fa sorridere, mentre mercatino di Natale si mescolano a grida di bambini giocanti che affollano la mia mente e penso e mi chiedo, chissà qual è il femminile di cigno?… perchè se anche cigna fosse giusto e non credo proprio, sarebbe comunque tremendo.
Ma d’altro canto è pur sempre Natale e tutti, in fondo, abbiamo bisogno di qualcuno accanto foss’anche una “cigna”.
