Il punto di vista… delle pecore in Ferrari


E fu così che le vidi con chiarezza. Sedute là, davanti a me. Loro, inconsapevoli ricche di potere e povere di consapevolezza. Carni da macello col culo su un bolide di potenza in audita. Loro che vogliono sentirsi in Formula 1, ma non sanno nemmeno andare in bicicletta. Loro che belano di lamento, ma non hanno il coraggio di uscire dal recinto. Loro che non è che non vogliano capire, ma proprio non possono per deficit di natura.

Le ho viste da lontano e da vicino, sui campi e in autostrada e mi sono chiesto come avessero fatto ad arrivare lì nonostante la realtà schiacciante dei fatti e poi ho capito.

Ci sono cose che non bisogna chiedersi. Cose che esistono in quanto tali e forse proprio per questo è semplicemente meglio definirli ossimori.

Si sono sedute nell’abitacolo, hanno chiuso la portiera e… hanno messo le zampe sul volante.

La macchina nel suo estetico splendore di fasti lontani, peró, è rimasta lì. Nostalgica bellezza rampante e immobile. Impossibilitata a compiere anche solo qualche metro, unicamente perchè gli autisti non sanno cosa stanno facendo. Irragionevoli capitani di una lussuosa e potente carrozza d’altri tempi, il cui solo vanto, e non da poco, è la pregevole qualità di motore e carrozzeria, ma che se non condotta sapientemente risulta inutile.

Le ho viste lì a chiedersi: “È adesso?”.

“Adesso aspetto. Aspetto che altri trovino il coraggio di dire le cose come stanno. Adesso mi godo la vista dal sedile del guidatore. Adesso mi atteggio e mi rilasso e qualcosa succederà.

Male che vada, se andasse male, farei finta di non sapere”.

Le ho viste guardarsi intorno chiedendo un segno o parlare di se stesse come fossero altri e peró comunque importanti. Oh si, le pecore in Ferrari sono una delle immagini più evocative che io abbia mai incontrato. Un quadro cubista. Una surreale metafora di ogni situazione assurda eppure così tangibile da spaventare. Così concreta da paralizzare. E mi sono chiesto se loro se ne potessero accorgere e mi sono dato dello sciocco. E mi sono chiesto come farle scendere da lì, ma poi ho capito che quando una pecora sale in Ferrari, il mondo si cristallizza tutto intorno e si puó solo scattare una foto o immortalare l’iconicità dell’immagine in una cravatta.

Il resto è storia comune in un Paese di allenatori che non mostrano interesse per l’eresia apocalittica del concetto e altresì sorridono nell’idea di osservare una pecora in Ferrari, come se, in fondo, oltre che divertente fosse anche normale consentire questa follia e alla fine fosse anche carino come scenario da considerare, giustificando il tutto con una domanda assertivamente mal posta: “D’altronde se sono lì, qualcuno ce le avrà messe no? O comunque un motivo ci sarà…”.

Così, poi mi sono anche chiesto se più che giudicare loro, non avesse senso prendere le distanze da chi invece non faceva nulla per farle scendere e poi peró, amaramente, mi sono ricordato anche che è così che va il mondo. Così impegnato a rendere instagrammabile qualsiasi cosa, compreso se stesso dall’essere ormai assuefatto alla sconcertante realtà che se anche una pecora guida una Ferrari, l’importante non sia farla scendere per dare un senso all’oggetto in questione, ma sia lasciare le cose così come sono tanto se nessuno ha fatto niente finora vuol dire che va bene così, un senso ci sarà, e, poi, mica stanno ammazzando qualcuno. Stanno solo lì innocue a farsi i fatti loro.

Una distopicità accettabile se si pensa ai danni che potrebbero compiere se capissero come si gira la chiave d’accensione.


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