Il punto di vista… dello spreco intellettuale


È un po’ come lo spreco alimentare. È una bestialità. È un furto morale. È un assurdo e insensato meccanismo autolesionista.

Le parole c’ha lasciano la mente. La mente che si fa governare da altre appendici. Le appendici che si autoespongono boriose. E poi? Poi c’è il vuoto.

Una biglia che cade, sola, con rumore metallico, sopra un pavimento levigato. Il tintinnio sincopato di un rimbalzo meccanico. Lo scivolamento altrove e quel suono d’eco che si perde, spandendosi libero su mura vuote.

Una sensazione di mancanza o meglio di incompiutezza sottolinea i frammenti sovrapposti di realtà alternativa e congiuntivali che sospendono giudizi, propongono scenari e, per lo piú, motivano rimpianti.

Rammarichi inappropriati per occasioni volatilizzatesi in un oblio fatto di priorità personalizzate e personalizzanti che poco si addicono a gestioni strategiche e molto lasciano intuire della verità malcelata di un’incapace visione globale.

A livello manageriale, infatti, l’ostinazione del perseguimento di un obiettivo incapace di tener conto della reale proposizione altrui, preferendo il proprio senso condizionato da illusioni metodiche ed egocentriche, alla realtà di fatti esplicitamente espressi, eppur non ascoltati, sottolinea come la sgradevole sensazione di non saper accettare un rifiuto si rimescoli spesso nella voglia d’essere protagonisti a tutti i costi.

Così, mentre quella biglia ormai caduta, scivolata e perduta si ferma in un’assordante assenza di rumore, lo spreco della sua entità fisica dispersa nello spazio, svuota di colpo l’ambiente circostante, per quanto pieno di oggetti, fogli, libri, mobili e persone. La voglia di ritrovare e trattenere quella sfera d’acciaio si accende e la ricerca affannosa di quello scricciolo tondo e senza peso diventa un isterismo nevrotico che deconcentra.

Già perchè differentemente dallo spreco alimentare, di cui semplicemente ci si libera con un gesto fugace e superficiale, ma senza rimpianti, con lo spreco alimentare non ci si libera di alcunchè, ma semplicemente si perde.

Si perde una buona occasione per tacere, evitare scelte stupide, mostrarsi intelligenti e lungimiranti, lasciare libero l’altro da noi, non essere superbi, mettersi in gioco davvero, saper accettare di non poter controllare tutto. E altresì si dimostra, poichè questo è il vero ritorno della ricerca spasmodica della biglia caduta, di non essere all’altezza nè del mondo che ci osserva, nè di noi stessi. Veri giudici inflessibili ed esigenti che agognano solo la vittoria schiacciante.

Ma cosa dobbiamo schiacciare in fondo, se non l’ego altrui per fare spazio al nostro? E cosa ci rimane poi, così facendo, se non lo specchio di una società da emulare?

È l’ora, forse, di smettere di sprecare, di finire di scimmiottare, di tornare a essere un po’ se stessi, lasciando la tela della competizione e provando a lasciare spazio a chi viene dopo di noi, senza averne paura, ma dando valore al buono che ha da offrire. Perchè lottare contro lo spreco intellettuale, in primis, significa ascoltare e rispondere non con il talk washing, ma con azioni reali che stimolino la persona che abbiamo di fronte a credere nell’importanza del suo operato al fine di contribuire a risultato più grande.

Solo così l’obiettivo da raggiungere avrà un senso e lo spreco intellettuale sarà ridotto.


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