A volte capita di essere di fretta, di andare veloci e approcciare il mondo con un po’ di diffidenza, ma non per cattiveria. Semplicemente perchè vogliamo seguire quel flusso nervoso, e un po’ cittadino, che prevede di avere tutto e subito, non perchè ne abbiamo davvero bisogno, ma perchè lo stato di sopravvivenza stressata in cui siamo immersi influenza le nostre percezioni, a tal punto da non riuscire a fare a meno d’essere così.
In quei casi, in quei frangenti, l’unico rimedio è essere investiti dall’ironia romana. Già, perchè se c’è un posto, una cultura, un approccio in grado di cogliere davvero di sorpresa questo atteggiamento, rendendolo vulnerabile e inerme di fronte al controtempo proposto è proprio quello della capitale.
Un senso dell’umorismo tagliente, ma non aggressivo, strafottente, ma non tamarro, ammiccante ma dirompente.
Un mix così fluido e impalpabile di carisma, presa in giro, serietà e saggezza che, con due semplici parole, da una lezione, facendo ridere e lasciando interdetti gli interlocutori che sono costretti al passaggio dall’attacco alla difesa senza armi. Una retromarcia che spesso li fa sentire in errore. In dubbio sul da farsi e persi nel limbo tra lo scusarsi e il rispondere.
Così, capita che l’avventore di un noto bar del centro capitolino, dopo una lunga attesa chieda al cameriere un po’ stizzito: “Vorrei una tonica fredda, grazie” e che il cameriere, in mezzo al caos generale, solo a servire oltre 15 tavoli senza un minimo di esitazione, ma con la lucidità del satiro navigato, risponda di getto: “Eh si, perchè noi, di solito, ‘a scardano ner micron e e poi ja’a portamo”.
Una scena che mi ha fatto riflettere perchè è l’emblema di come affrontare la vita quotidiana. La contrapposizione tra nervosismo e calma, tra lucida ironia e isterica ansia. Quel filo sottile che distanzia le persone e impedisce la comunicazione.
Probabilmente oggi una “tonica calda” farebbe bene a tutti per rimettere al centro i veri valori di un’umanità senziente e ragionata, abbandonando la voglia di rincorrere un’immediatezza digitalizzata che non ci appartiene, ma che ha plasmato ormai il nostro vivere, facendoci allontanare dall’altro e dalla vera realtà del nostro essere umani.
